UN genio tormentato, il mistero della scomparsa nel 1938 dopo l’ultima notte trascorsa a Napoli, prima di imbarcarsi per Palermo. Cosa accadde a Ettore Majorana, alla mente più fulgida della generazione di scienziati che aveva studiato fisica nucleare e meccanica quantistica in via Panisperna con Enrico Fermi? Omicidio, suicidio, fuga all’estero?

Di certo, in quell’enigma ancora irrisolto, c’è che “il modo in cui si è dileguato dalla faccia della terra è davvero romanzesco, e questo mi ha attirato fin da subito”, racconta Javier Arguello, scrittore argentino ospite questa sera alle 17 all’Auditorium dell’Istituto Cervantes (via Nazario Sauro 23, ingresso libero) per dialogare con l’ispanista Paola Gorla della sua opera, “A propòsito de Majorana”, di prossima pubblicazione in Italia, romanzo-indagine in cui il mistero del fisico si intreccia con la sparizione di Ernesto Aguiar.

Arguello, quando è entrato in contatto con la storia, la vita di Ettore Majorana?
“Tutto è iniziato con un articolo che mi ha inviato mia madre, si parlava di Majorana citando mia zia Blanca Mora y Arujo, moglie del premio Nobel Miguel Angel Asturias. Si raccontava della volta negli anni Settanta, quando mia zia era al Taormina Film Festival, e disse che non c’era nessun mistero, perché Majorana era stato visto più volte in Argentina. Ne nacque un bel trambusto, lei poi negò tutto. Così ho cominciato a interessarmi al mistero del grande fisico. A lei non potevo chiedere nulla, e così sono venuto a Napoli “.

A Napoli, dove Majorana insegnò Fisica teorica dal 1937, cosa ha scoperto?
“Ho fatto due viaggi a Napoli. Il primo è stato di indagine e avvicinamento, prima di scrivere, per capire come avrei potuto raccontare la storia. E sia in quel primo soggiorno, che nel successivo, ho incontrato persone straordinarie, di grande interesse e cultura: ognuno di loro è diventato un personaggio o un aspetto del romanzo. Ho visitato la struttura universitaria, l’aula dove teneva il suo corso. E poi la città, Napoli, con la sua sintassi caotica, meravigliosa e selvaggia per un romanzo sull’identità. Al di là del mistero della scomparsa di Majorana resta la sua vita affascinante, un grande momento della storia della nostra civiltà e degli studi sull’atomo”.

A Napoli ha incrociato altre storie o dettagli, curiosità che potrebbero far parte di una sua futura storia?
“In uno scrittore i collegamenti sono tanti, formano una catena. Le cose entrano nello sguardo, si depositano dentro. Il tempo mi dirà. Ho imparato molto dall’avventura a Napoli, su Majorana, la fisica, la condizione umana, su me stesso. E uno dei grandi doni che mi ha fatto questo romanzo è stato la possibilità di costruire un ponte con Napoli. Spero, confido, che sarà duraturo. È strano e difficile spiegare cosa accade in me quando vengo qui. Dalla prima volta che sono arrivato è stato come tornare a casa”.