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Tiziana Camerani

tiziana@parole-parole.it
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Audioguida per la Real Parroquia de los Santos Juanes, Valencia

Pubblicato in: Portfolio

È mia la traduzione dell’audioguida per la Real Parroquia de los Santos Juanes a Valencia. Istruzioni del cliente: il narratore è la chiesa stessa, che deve parlare al maschile e rivolgersi al visitatore con un tono affabile e colloquiale, dandogli del tu.

santi giovanniaffresc santi giovanni

Di tutte le ferite che mi hanno inferto nel corso del tempo, la più evidente è la parete spoglia che vedi in fondo, sopra l’altare. Il catino absidale era decorato con un bellissimo affresco che rappresentava, in atto di adorare Gesù, i miei due San Giovanni: il San Giovanni che lo battezzò e il San Giovanni che gli fu accanto nell’ora della morte. Per più di due secoli, quell’immagine di Gesù come Agnello di Dio mostrò la via della gloria a quanti avevano la fortuna di contemplarlo. Fino a quando non scoppiò la Guerra Civile e un terribile giorno mi appiccarono il fuoco. Studenti e pompieri accorsero in mio aiuto, ma per la mia “pelle” barocca non ci fu più nulla da fare. E quello non fu l’ultimo incendio. Le fiamme mi colpirono un’altra volta, e poi un’altra, e poi un’altra ancora… Sette volte in pochi giorni. Immagina il mio dolore! I miei retabli, ridotti in cenere; le mie statue, fatte a pezzi; i miei tesori, saccheggiati; i miei archivi (la mia storia!), andati perduti per sempre; il mio soffitto, carbonizzato. La mia “pelle” barocca era così malconcia che, anni dopo, qualcuno suggerì di strapparmela del tutto. A ripensarci, mi vengono ancora i brividi. Grazie a Dio, altri hanno creduto che valesse la pena restaurarmi; o almeno provarci. Alza lo sguardo. L’affresco del tratto di volta che vedi proprio sopra di te era così malridotto che nel Novecento, i restauratori non poterono fare nulla. Ho dovuto attendere l’avvento del digitale per rivedere San Michele Arcangelo combattere Satana con la sua spada di fuoco!

Un altro italiano, visto? Palomino imparò molto da Giordano sulla tecnica dell’affresco, che richiede un’attenta pianificazione e grande scioltezza nell’esecuzione. Nella tecnica dell’affresco, come indica il nome, il pigmento si applica sull’intonaco ancora fresco in modo che tutti e due, colore e intonaco, si asciughino insieme e diventino una cosa sola. (In realtà, è un po’ più complicato di così: l’arriccio così, l’intonaco colà, i materiali, le proporzioni… Ma insomma, non è il momento di lanciarsi in una lezione di chimica!)

Palomino non fu il primo artista a essere scelto per dipingere la mia nuova volta. L’incarico venne affidato inizialmente a due fratelli valenciani, i Guilló. In realtà, Palomino venne chiamato a Valencia per valutare il lavoro svolto dai due fratelli. Nella relazione che produsse, Palomino bocciò l’opera sotto tutti gli aspetti e i Guilló vennero licenziati seduta stante. L’incarico passò così al nuovo arrivato. Il lavoro dei fratelli valenciani venne rimosso e Palomino iniziò da zero. O meglio, quasi da zero. Dei Guilló rimangono le lunette, gli spazi concavi fra gli apostoli, decorati con architetture in trompe l’oeil. C’è chi dice che la perizia compiuta da Palomino non fu del tutto obiettiva. Questo Dio solo lo sa. Ad ogni modo, il 1698 fu un annus terribilis: uno dei Guilló morì (di crepacuore, sembra) e il canonico Vitoria partì per Roma.

Negli anni ‘60 del XX secolo si fece un primo tentativo di restaurare l’affresco di Palomino nel suo insieme (in precedenza erano già stati ridipinti gli apostoli). La tecnica scelta fu, disgraziatamente, la più traumatica: staccarlo pezzo per pezzo dalla volta e restaurarlo lontano da qui. Ai restauratori, oltretutto, mancavano conoscenze specifiche in merito alla tecnica e allo stile di Palomino. Tutto si svolse con le migliori intenzioni, senza dubbio, ma 1200 metri quadri sono molti metri di arte e, come diceva Palomino, “nel piccolo gli errori sono piccoli, nel grande sono grandi”. Il risultato è quel che si vede nelle parti vicine all’altare, e anche in quelle ora coperte dal ponteggio.

Il caso dell’abside (il mio povero catino absidale spoglio) è ancora più grave. La parte che sopravvisse agli incendi e al trasferimento via terra verso lo studio dei restauratori uscì sì dallo studio ma non arrivò mai a Valencia. Non si sa dove sia andata a finire e l’Interpol la cerca ancora.

Al momento di mettersi al lavoro, i restauratori attuali (loro sì, esperti del barocco valenciano), si sono trovati di fronte non solo i danni provocati dalla guerra e dal passare del tempo, ma anche quelli causati dai precedenti interventi di restauro, possiamo dirlo, piuttosto raffazzonati.

Fin dal principio la mia esistenza è stata legata anche al commercio, l’attività più praticata dai miei fedeli insieme all’artigianato. […] Che prove posso mostrarti del mio passato medievale? Da qua dentro, di prove te ne posso fornire poche, a dire il vero. Ma se la parete alle tue spalle fosse trasparente, vedresti il mio enorme rosone, fra i più grandi della Corona d’Aragona. Doveva essere la principale fonte di luce della chiesa, ma è stato murato quasi completamente. Siccome non presenta né vetrate, né trafori, né niente di niente, gli abitanti di Valencia lo chiamano semplicemente “la O di San Giovanni”. In tempi recenti, nel 2012, è stata rinvenuta nella cornice del rosone una bomba. Stava lì nascosta dalla Guerra Civile. Puoi immaginare che liberazione ho sentito quando me l’hanno tolta di dosso!

Bene, proseguiamo? Procedi in direzione dell’altare. Quando avrai superato il ponteggio su cui lavorano i restauratori, fermati e premi il numero 6.

Il mio nuovo volto sulla mia “pelle” barocca era pronto all’inizio del Settecento e aveva più o meno queste fattezze. Te ne farai un’idea più chiara all’interno della navata.

I soffitti delle cappelle sono stati abbassati, e i loro archi di accesso abbassati e arrotondati. Questa operazione ha creato sulla parete della navata lo spazio per ospitare i medaglioni, le allegorie e tutto il resto. I retabli barocchi hanno preso il posto di quelli gotici. Gli altari che punteggiavano la navata sono stati rimossi. I contrafforti sono finiti sotto le lesene decorate. Ma la modifica più importante di tutte è quella che ha celato definitivamente la mia ossatura gotica: le campate in pietra con le loro volte a crociera, le loro nervature e i loro archi, sono state coperte e sostituite da un’unica volta a botte di mattoni, senza archi: una superficie immensa su cui realizzare un enorme affresco per trasmettere il messaggio di Dio e l’esempio della sua Chiesa nello stile dei nuovi tempi.

Premi il numero 9 e ti racconto.